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Quattro colonne lignee reggine di età normanna conservate a Londra
 


Qualche tempo fa, l’architetto Rocco Gangemi, tornando da una gita a Londra, mi segnalò la presenza, nel Victoria & Albert Museum, di quattro colonne lignee esposte in un’apposita sala. La cosa che lo aveva  incuriosito – tanto da fargli scattare una fotografia delle colonne, che mi fece gentilmente recapitare – era che, nel cartiglio che le accompagnava, era scritto: “Provenienza: Calabria (Italy), chiesa di Santa Maria in Terreti”.
Nell’intento di approfondire la notizia, sono poi riuscito a prendere contatto con gli uffici di public relations del Museo londinese, e dal dr. Donal Cooper, di quel Research Department, ho ricevuto un’ampia documentazione riguardante tali colonne, tra cui una pubblicazione realizzata per conto del museo stesso. In essa, nel capitolo ‘Italy’, alle pagine 68-77, numeri 31, 32, 33 e 34, sono raffigurate e trattate quattro ‘carved column’, indicate come provenienti da ‘South Italy (Calabria?) or Sicily’ e databili: 1150-1200.
Dal contesto documentale risulta che le colonne sono quattro, sono ricavate da tronchi di alberi di noce, sono monolitiche, sono state acquistate nel 1886 da un referente del Museo, tale mister E. N. Rolfe, presso un certo Gaetano Pepe, a Napoli, per 207 sterline, 6s. e 5d.
I loro numeri di inventario sono: 269/1886, 269a/1886, 269b/1886, 269c/1886; dove il 1886 sta, molto correttamente, per l‘anno di acquisto.
Sempre da questa documentazione, molto ricca e particolareggiata, e della quale va dato sentito ringraziamento alla Direzione di quel Museo, sottolineando la grande liberalità dimostrata nei confronti di un semplice studioso – e straniero per giunta –, ci sono anche sette bellissime immagini di tre dei quattro capitelli, nonché quella di un cartiglio d’accompagnamento, su cui è scritto: ‘Questa e le altre tre colonne accanto sono originali, appartenenti tutte a un pulpito o parapetto di coro’.
Mentre su un altro sito, sempre di produzione dello stesso Museo, è detto: ‘Queste colonne probabilmente formavano parte di un pulpito o parapetto di coro in una chiesa del Sud Italia’. E si aggiunge: ‘Esse sono sopravvivenze estremamente rare di arredamento dell’alto medioevo italiano scolpito su legno’.
L’Abbazia di Santa Maria di Terreti stava sulle colline preaspromontane, alle spalle della città di Reggio Calabria. Era un monastero di fondazione bizantina, intitolato alla Vergine Theotòkos, attestato già nell’anno 1000, quando è ricordato il suo egumeno San Tommaso da Reggio, e forse ospitava persino uno scriptorium. La chiesa era una costruzione piuttosto complessa, lunga m. 23,66 e larga m. 11,44, a tre navate, con una copertura a volte semicilindriche su pilastri, cupola semisferica schiacciata alla sommità a conclusione della navata centrale sostenuta da quattro archi a sesto acuto, abside centrale a volta semisferica di m. 3,90 di diametro, absidi laterali con volte semicilindriche. Nel 1551, il Visitatore Apostolico, Archimandrita Marcello Terracina, nel 1551, mandato da Papa Giulio III proprio per verificare la condizione dei monasteri basiliani meridionali, descrisse la chiesa: “ecclesiam bene ornatam, in usum grecum, est”.
La struttura bizantina era stata, molto probabilmente, ampliata dai Normanni, che puntavano a controllare il territorio attraverso consimili edifici, a metà tra il luogo di preghiera e la fortificazione militare.
Una possibile etimologia della sua denominazione porta a ‘terreti – terrata’, cioè luogo ove si custodivano nottetempo le mandrie in transito; il che potrebbe significare che l’Abbazia doveva avere anche funzioni di controllo di quel tratturo medievale per la transumanza, che andava dall’Aspromonte alla marina di Sant’Antonio degli Archi, a nord della città.
La documentazione storico-archeologica ci dice, inoltre, che la chiesa, esattamente orientata est-ovest, era riccamente decorata. Il pavimento davanti all’altare maggiore era impreziosito da un mosaico, databile in età normanna. Brani di questo mosaico furono utilizzati alla fine dell’’800 per integrare il pavimento della chiesa degli Ottimati di Reggio. Inoltre, nel 1915, quando si provvide alla demolizione di quanto era rimasto all’impiedi dopo il terremoto del 1908, furono trovati, praticamente nascosti dietro l' altare maggiore, accatastati chissà da chi e quando, alcuni consistenti frammenti ornamentali dell'antico edificio. Si trattava di grandi placche in gesso e sabbia, armate con canne, stampigliate su una faccia con decorazioni arabo-normanne che rappresentano animali di varia natura e atteggiamento, simili a quelle della Zita di Palermo, e con fregi ad arabesco imitanti caratteri cufici. Per fortuna, all’epoca, il parroco dell’omonimo, contiguo centro urbano, don Vincenzo Saraceno, se ne accorse in tempo, riferì la scoperta alla direzione dell’allora Museo Civico, e così se ne potettero recuperare ben novantaquattro pezzi, alcuni dei quali furono a lungo esposti nelle sale del Museo Nazionale di Reggio. Secondo l’opinione di Orsi, per realizzare quelle decorazioni, prodotte certamente da maestranze arabe, furono usate matrici in legno, – ‘una tecnica apparsa per la prima volta nel Mezzogiorno’ – ed esse rivestivano le parti basse dell’abside o formavano balaustre davanti all’altare.
Una placca si differenzia dalle altre, perchè si presenta ad andamento frontale curvo, è di modico spessore e non è armata. Orsi congetturò che potesse appartenere ad un piccolo ambone; ipotesi molto interessante, per la definizione dell’uso delle quattro colonne lignee in questione.
Nello stesso luogo, furono trovate anche due colonne in calcare, decorate a reticolo, anch’esse esposte, insieme a due colonne identiche, recuperate nel monastero bizantino reggino di San Nicolò di Calamizzi, nello stesso Museo di Reggio.
Da notare che mosaico e placche sono della medesima epoca alla quale gli studiosi inglesi fanno risalire la datazione delle colonne lignee: XII-XIII secolo.
Entrare in quella chiesa doveva essere veramente suggestivo: pavimento in mosaico, pareti rivestite con le placche di gesso, le colonnine in calcare, l’ambone sorretto dalle colonne di legno; c’erano persino lapidi commemorative alle pareti. Come quelle che furono recuperate nella circostanza della demolizione, e che ricordano lavori di restauro compiuti dai Commendatari dell’Abbazia nel 1637 e nel 1688.
Va ricordato, infatti, che l’abbazia era ricchissima, per i censi e i privilegi di cui godeva. Nell'anno 1090, Ruggero I di Sicilia conferma al monastero di Santa Maria di Terreti alcuni possedimenti a suo tempo concessigli nella valle jonica del Tuccio. Nel 1115, Ruggero II elargisce altri benefici all’Archimandrita del monastero, e conferma quelli dati da suo padre. In virtù di  questi privilegi, S. Maria di Terreti detenne a lungo persino alcuni diritti di sfruttamento sulle saline poste nel territorio di Sant’Aniceto. Diritti confermati da Federico II nel 1209 e nel 1224; possessi reintegrati nel 1268 da Carlo d’Angiò.
E quindi era un cespite molto appetito dai Curiali romani; per cui comincia presto la serie degli Abati Commendatari. Nel 1420, l’abbazia è già data in commenda al cardinale Antonio Corrario. Quando la visita il Terracina, il commendatario è Gian Francesco Caracciolo. Nel 1630, è abate commendatario perpetuo il veliterne Marzio Ginetti, ‘Cardinale di S. Maria degli Angeli, Vicario Generale di Roma, Prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari, Legato a latere di Sua Santità papa Urbano VIII per trattare la pace universale nel congresso di Colonia’: uno dei più importanti personaggi della sua epoca. Da una platea fatta stilare appunto da lui, veniamo a sapere che la chiesa aveva tre altari, che accanto c’era una casa con più stanze, portone e cortile, nonché quattro case ‘terranee’ nel cortile, e che nel baglio c’è il carcere (!); inoltre, tutte le case del vicino paese sono di proprietà della Badia, e ogni famiglia paga chi 20, chi 15, chi 10 ducati all’anno di censo; l’abate commendatario esercita anche lo jus del palo per consentire il pascolo, e lo jus predandi sugli animali che provocano danni. Fu proprio Marzio Ginetti ad affiggere una delle lapidi, arricchita del suo stemma cardinalizio.
Allontanati definitivamente i monaci basiliani, l’area dell’Abbazia passò in proprietà al Comune di Reggio, diventò una vigna, e nel 1860 si decise di utilizzarla come cimitero di Terreti, destinando la sua chiesa a cappella mortuaria. Dopo il terremoto del 1908, come accennato, ogni elevato fu demolito con cariche di dinamite.
Per tutto quanto precede, si può ritenere che le quattro colonne scolpite nel legno di noce, conservate a Londra, meravigliosamente intagliate, ricche di simbologia liturgica, sostenevano un ambone – il cui parapetto era forse decorato con placche di gesso ricurve –; e la chiesa che le conteneva non può obiettivamente essere altra che Santa Maria di Terreti.
– Influisce su questa scelta anche la presenza, su uno dei capitelli, dell’immagine di San Paolo, fondatore della chiesa di Reggio –.
Resta il mistero di come, quando e chi le portò via, le fece arrivare a Napoli e le cedette a quel Gaetano Pepe che nel 1886 concluse con gli Inglesi… l’affare della sua vita.
Ma resta anche il pensiero che, se ciò non fosse avvenuto, le quattro bellissime colonne avrebbero potuto correre il rischio di trasformarsi in legna da ardere, per riscaldare qualche casa vicina alla Badia…!

 
Francesco Arillotta

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