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Nuovi documenti sul culto della Madonna della Consolazione a Reggio Calabria


 


Vengono qui rievocati tre episodi di passata vita cittadina, direttamente legati al culto tutto reggino della Madonna della Consolazione.
Sono tre momenti, documentati dagli atti conservati nei nostri archivi, che informano su aspetti particolari della plurisecolare e seguitissima Festa di Settembre.
Li riporto, a dimostrazione che ancora molto c’è da scrivere, sul rapporto tra Reggio e la sua Patrona.

Nel 1774, un certo ‘mastro’ Antonino Calabrò, di mestiere ‘arredatore’, ricorre, insieme ai suoi giovani di bottega, presso la Regia Corte, protestando contro un sistema di gestione delle Feste Patronali che, a suo dire, danneggia lui e la sua attività.
Dice Calabrò che esiste, nel Duomo di Reggio, un ‘apparato di damasco cremisi fatto con le elemosine raccolte ogni anno durante la festa’, che serve ‘per appararsi la chiesa metropolitana in tempo che si solennizza la festività della Gloriosa Vergine della Consolazione, Principale Protettrice della Città’. Ma questo ‘apparato’ viene affittato dal Comune anche in occasione di altre feste religiose, e si sta deteriorando. Il ‘Parlamento dell’Università’, nel 1768, aveva deciso ‘che ciò non doveva più avvenire’ e aveva stabilito che l’apparato doveva essere custodito ‘in una cascia da collocarsi nella Chiesa Metropolitana, chiusa con cinque chiavi’, una conservata dai Sindaci ‘protempore’ e le altre quattro ‘dai quattro deputati della festività’, ‘sotto pena di ducati mille per ciascun contravveniente’. Dopo quella delibera, ricorda Calabrò, ‘l’apparato non si era più affittato’, ma da qualche tempo in qua ‘si danno l’apparati alla libera, a chi li domanda’. Il problema qual è: che Calabrò ‘tiene falde e apparati di chiesa’ e avanza la protesta ‘per assicurarsi le commissioni’. Egli non vuol tuttavia contrastare l’operato del Municipio, e suggerisce che, poiché ‘l’apparato, chiuso nella cascia per tutto l’anno, si logora e consuma, quando è necessario ventilarlo’, venga anche dato in affitto, ma soltanto ‘ad alcune poche chiese, e con tutta cautela’. Ed aggiunge una considerazione pratica: per completare l’apparato nella Cattedrale durante le Feste, ‘si affittano falde a Messina’, mentre, ‘con i soldi dell’affitto si potrebbero comprare’. Non sappiamo come andò a finire la cosa, ma abbiamo, comunque, acquisito che all’epoca esistevano ‘quattro deputati della festività’ che avevano l’incarico di provvedere a tutto quanto potesse servire per il miglior andamento della Festa settembrina. (ASRC, inv. 64, busta 5, fascicolo 131)

Nel 1848, Saverio Calarco, ‘cassiere dei cespiti dovuti a Maria Santissima della Consolazione’, e Francesco Anastasio ‘affittatore’, con Lorenzo Gatto ‘garante’, della riscossione ‘della oblazione per la festività della Madonna della Consolazione’, danno il rendiconto delle spese fatte. Ed è un atto pieno di particolari molto ghiotti, per chi vuole sapere come si svolgevano, a quei tempi, le Feste Patronali.
Innanzi tutto, apprendiamo che il Comune aveva istituito in quegli anni ‘l’oblazione per la Madonna’, che consisteva nel destinare alla Festa una parte delle gabelle riscosse ‘sul commercio del pesce, della neve, del salume e del macello delle vaccine’, pari a ben 500 ducati. Inoltre, essi informano con evidente, grande soddisfazione, che ‘la festività richiama non solo la maggior parte della popolazione della provincia ma molta popolazione di Sicilia; durante i cinque giorni della festa vi concorrono sopra 30 mila persone’. E trentamila persone sono veramente una cifra enorme, che non so come facesse la Città a gestire, considerato che l’impianto urbano di allora andava dalla Via Due Settembre 1847 (che allora era solo il ‘Valloncello dei Cappuccini o di San Filippo Neri’) verso Nord, alla Piazza San Filippo – oggi Piazza del Carmine – verso Sud.
– In proposito, c’è una bellissima descrizione dello scrittore francese Renè Bazin, che, nel 1892, durante un viaggio in Sicilia, venne anche a Reggio, proprio nei giorni della Festa, e ha raccontato in maniera molto colorita quanta animazione gioiosa regnasse per le strade e nelle piazze della Città. –
Ma l’atto consultato ci dice qualcos’altro ancora, che vale la pena evidenziare.
Parecchi soldi sono stati spesi ‘per il fochista, per i cerimonieri dell’Arcivescovo, per i poveri a Natale, per i tre guardiani urbani durante la Festa’. E ben cento ducati se ne sono andati per impegni veramente particolari. In quel Settembre, sono stati a Reggio due personaggi molto, ma molto importanti: il Maresciallo di Campo marchese Ferdinando Nunziante e il Tenente Generale Carlo Filandieri, principe di Satriano! Essi erano tra i massimi esponenti dell’Esercito Borbonico, ed erano a Reggio per motivi gravi. Nunziante è quello che l’anno prima aveva soffocato nel sangue la rivolta dei Reggini, capitanati da Paolo Pellicano e da Domenico Romeo, contro il Borbone. E Carlo Filangeri, qualche giorno prima della sua venuta in città, è stato nominato, da re Ferdinando, “Luogotenente Generale dei Reali Domini al di là del Faro”, con l’incarico di andare a Messina per contrastare l’insurrezione promossa in tutta la Sicilia da Francesco Crispi e dagli altri patrioti palermitani.
Evidentemente, Filangeri, prima di passare nell’isola, ha deciso di far visita al Nunziante, ed entrambi vogliono godersi la sagra reggina. La loro presenza, però, obbliga i gestori della Festa ad alcune ‘attenzioni’ nei loro confronti, che vengono elencate. Così apprendiamo che i due alti militari furono forniti – testuale – di “limoni, acqua di amarena e gelati, cibi, sciampagna, bordò, frontignano”: dove il primo è il classico cognac ‘Bordeaux’ e l’altro è il pregiatissimo ‘Muscat de Frontignan’... Vennero anche consegnati alcuni oggetti di toilette, cioè “spazzole per la testa e per i vestiti, due caraffine di acqua di odore” e due “scopettini per bocca”, che altro non erano che gli spazzolini da denti! (ASRC, inv. 31, busta 23, fascicolo 329; busta 25, fascicolo 383)

Nel 1850, un’azione, davanti al Consiglio d’Intendenza della Prima Calabria Ulteriore, viene promossa contro l’Amministrazione Comunale di Reggio da Salvatore Migliorini, proprietario di un palazzo sul Corso Borbonio (come allora si denominava l’attuale Corso Garibaldi) sito all’altezza della chiesetta intitolata a San Filippo Neri, a confinare con l’allora esistente omonimo Torrente (oggi coperto dalla via Due Settembre 1847). Il motivo del contendere è determinato da un fatto di particolare curiosità, che ha anch’esso specifico riferimento alle manifestazioni civili che, a quei tempi, si realizzavano, in occasione della discesa del Quadro della Consolatrice.
L’anno precedente, proprio per le Feste Patronali, davanti al suo palazzo a due piani, che si trovava al termine Nord del Corso Borbonio (dove adesso sorge l’edificio che comprende il Teatro Siracusa), il Comune aveva costruito una porta in legname che rappresentava l’ingresso in Città, e un castello, sempre in legname, ‘pel fuoco pirotecnico’. Una struttura – lamenta il buon Migliorini – posta a soli ‘quindici palmi’ (meno di quattro metri) di distanza dalla facciata del palazzo, e di ‘smisurata altezza’, superando i ‘trenta palmi’ (otto metri!). Era stata, così, impedita la visuale dei dodici balconi che l’edificio ha, nonché l’accesso alle sette botteghe esistenti a piano terra; era rimasta chiusa anche la traversa  d’angolo, impedendo, così, l’uscita delle carrozze dalla sua rimessa. E soprattutto ‘restava la detta casa palazziata in grave pericolo per la caduta di tale mole di legname sulla coverta del palazzo e di restare sia bruciati sia schiacciati gli abitanti del palazzo’ . L’imponente costruzione aveva, inoltre, lasciato fuori del circuito urbano il quartiere, che da quel punto si allungava fino all’altro torrente, denominato ‘Santa Lucia’.
Migliorini ricorda che aveva dato, sì, il consenso per la costruzione, ma che l’accordo era per un’altezza sotto il livello dei balconi del secondo piano, e per lo smontaggio della massiccia impalcatura dopo otto giorni dalla fine della Festa! Il tutto, invece, è stato lasciato fino alla ricorrenza del Rosario, vale a dire un mese e mezzo dopo le celebrazioni per la Madonna della Consolazione.
La notizia acquista rilievo per quell’iniziativa, molto suggestiva, che l’Amministrazione dell’epoca prese, di ricostruire l’ingresso monumentale della famosa ‘Porta Mesa’, che si apriva sul lato settentrionale della cinta muraria medievale. Dal lungo atto apprendiamo inoltre che anche nell’Ottocento c’era la consuetudine di ‘sparare’ i fuochi d’artificio, e che, prima di quel 1850, questi si accendevano sulla Strada della Marina. (ASRC, inv. 31, busta 26, fascicolo 403; busta 27, fascicolo 457).

A margine, ma affatto marginalmente, perché sono la testimonianza dell’affetto veramente profondo, filiale, che i Reggini nutrono per la loro Patrona, riporto alcune delle denominazioni con le quali la nostra Madonna viene chiamata nei tanti atti consultati per la circostanza: Beatissima Vergine Santa Maria della Consolazione Avvocata e Protettrice della Città Reggina – Gloriosa Vergine Madre della Consolazione – Vergine Santissima Maria della Consolazione – Nostra Singolar Protettrice sotto l’augustissimo titolo di Maria Santissima della Consolazione – Maria Santissima della Consolazione di Reggio – Regina dei Cieli Sempre Vergine Maria sotto il Mellifluo e Dolce Titolo di Madre Consolatrice. 

Francesco Arillotta

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