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Una storia ‘ragionata’, completa e documentata, sulla pianta del bergamotto, non c’è.
Una storia sull’essenza di bergamotto, e sul suo rapporto unico con Reggio Calabria, non è stata ancora scritta.
Quello che segue intende colmare in qualche modo questa vistosa lacuna.
Tanto per cominciare: quali sono i ‘documentati’ trascorsi storici del bergamotto?
La pianta di bergamotto è un ibrido, cioè un incrocio, casuale o voluto, fra due piante-madri; nel caso specifico: fra una pianta di arancio amaro e una di cedro.
Per mettere un primo punto fermo, va citato il pittore toscano Bartolomeo Bimbi (1648-1730), che, agli inizi del ‘700, dipinge per Ferdinando e Cosimo III de’ Medici, una serie di nature morte. Fra queste, ci sono tre quadri con dei frutti che, nel relativo cartiglio, sono detti ‘pera bergamotta’, e che molto probabilmente egli doveva aver osservati nelle celebri serre realizzate dai Medici a Poggio a Caiano.
È la prima volta che dei bergamotti vengono rappresentati; importantissima è quella denominazione, che consente di creare un’etimologia seria e, ritengo, definitiva: ‘pera bergamotta = pera del principe’, nome assegnato per approssimazione ad un frutto che non si sapeva come chiamare.
Giovanni Targioni Tozzetti, nella sua settecentesca Relazioni d'alcuni viaggi, in cui descrive l’agricoltura toscana dell’epoca, afferma che, nelle serre di quella regione, insieme ai cedri, ai limoni, agli aranci, si trovavano anche piante di bergamotto.
Le ‘limonaie’, le ‘cedrarìe’ e le ‘arancerìe’ erano impianti sofisticati, veri e propri giardini-serra, che godevano, in quei tempi, di grande diffusione e cura, ed erano realizzati, al limite dello ‘status-symbol’, nelle tenute delle più illustri famiglie nobili italiane, in modo particolare nell’Italia Centro-Settentrionale.
Cosa può essere accaduto, alla fine del ‘600, in uno di questi impianti – se posso azzardare un’ipotesi consequenziale ai quadri del Bimbo: nelle serre dei Medici –, tra un arancio amaro e un cedro?
Nel 1714, il botanico tedesco Johann Christoph Volkamer (1644-1720) riporta, nel secondo volume della sua “Continuation Nurnbergischen Hesperidum”, per la prima volta, il disegno tecnico di alcuni bergamotti. Sono quelli che ha visti nelle serre del giardino pensile che Rolandino Maffei ha realizzato alla fine del ‘600 sulla grande terrazza del suo imponente palazzo, in Piazza delle Erbe, a Verona, e quelli da lui stesso ottenuti nel suo giardino-serra di Norimberga.   
E, a quell’epoca, qualcuno già ricavava l’essenza dalla buccia; tra fine ‘600 e inizi del ‘700 essa doveva già circolare in Alta Italia.
Infatti, in quegli anni, un certo Giovanni Paolo Feminis (1666-1736), nativo di Crana, paesino in Val Vigezzo, nel Novarese – oggi provincia di Verbania –, emigrato da ragazzo in Germania,  venditore ambulante che andava in giro per le città e i paesetti che circondano Colonia vendendo – ‘Dulcamara’  ante litteram –, profumi e tisane, sta facendo i soldi con un’acqua profumata, ricavata mescolando essenze varie (limone, arancio dolce e amaro, rosmarino, timo, lavanda, citronella e melissa) alle quali ha aggiunto qualche goccia di un nuovo olio essenziale, profumatissimo, avuto chissà come, ricavato da un frutto semisconosciuto, che chiamano ‘pera begamotta’ o, più semplicemente, ‘bergamotta’.
Il risultato era stato gradevole, perché il preparato acquistava una fragranza nuova, fresca, contrapposta ai pesanti profumi usati all'epoca. Ed inoltre, quell’essenza aveva il potere di impedire la volatilizzazione del composto, per cui diveniva possibile conservarla in bottiglie di vetro a lunga conservazione anziché in contenitori ceramici a rapida dissolvenza. Questo era un fatto veramente ‘mirabile’; e per questo egli l’aveva chiamata ‘aqua admirabilis’.
L’aqua avrebbe fatto la sua fortuna. Ma soprattutto provocò una rivoluzione per la profumeria mondiale.
Nel 1709, Giovanni Maria Farina (1685-1766), lontano cugino del Feminis, emigrato anche lui dal Vigezzino – Santa Maria Maggiore – a Colonia, e impegnato nel commercio di prodotti esotici, capisce l’importanza della scoperta, e si mette in proprio, a livello industriale. Nel 1714, fonda la “Johann Maria Farina Gegenuber dem Julichs – Plaz”, apre una fabbrica in Glockengasse, 4711 – il numero civico che ancora oggi contraddistingue il profumo originale – e dà all’aqua un nome che diventerà famoso: “Kölnisch Wasser”, alla francese: “Eau admirabile de Cologne”, all’italiana: “Acqua di Colonia”.
Nel 1806, un altro Giovanni Maria Farina, nipote del primo, si trasferisce da Colonia a Parigi, e lancia sul mercato europeo l’“Eau de Cologne Jean Marie Farina”. Sarà un successo assoluto. Le Parigine si fanno il bagno nell’acqua di colonia; Napoleone la chiama ‘mon parfume’.
Nel 1818, abbiamo la prima classificazione ufficiale dell’albero, per opera del botanico nizzardo Antoine Joseph Risso (1777-1845), con il nome Citrus aurantium bergamia Risso, della famiglia delle rutacee, sottofamiglia delle hesperidee, genere ‘citrus’.
Un passaggio di Storia Europea: nel medesimo anno 1806 in cui il Farina porta l’Acqua di Colonia a Parigi, arriva dalle parti di Reggio il nuovo re delle Due Sicilie, Giuseppe Bonaparte.

Sostituito, nel 1809, da Gioacchino Murat, che si attesta sui pianori di Campo Calabro, perchè vuole togliere la Sicilia a Ferdinando di Borbone. Gioacchino è accompagnato dalla raffinata ed elegante moglie Carolina Bonaparte, con la sua fastosa corte, e, quasi certamente, con i suoi irrinunciabili profumieri. Mi domando: questi eventi storici possono aver significato qualcosa per la nostra essenza?
Questo è tutto quel che di ‘documentato’ si conosce sulla nascita della pianta di bergamotto e sull’utilizzazione del suo olio essenziale.
In contrasto a quanto sopra, sul bergamotto reggino, si trovano riportate, nelle pubblicazioni e nei siti che se ne occupano, clamorose inesattezze.
Giovanni Paolo Feminis avrebbe inventato l’aqua admirabilis nel 1660; ma, in effetti, egli nasce nel 1666.

Lo stesso Feminis avrebbe tratto l’idea dell’aqua da un soggiorno a Reggio nel 1704; ma Feminis a quella data era già ricchissimo, grazie proprio all’aqua.
Feminis avrebbe affidato la formula segreta dell’aqua a Giovanni Maria Farina in punto di morte; ma lui muore nel 1736, mentre Farina aveva già cominciato a commercializzare la sua ‘Acqua di Colonia’ nel 1709.
Per non parlare di incredibili etimologie del nome, o della ricerca ‘cosmica’ del luogo di origine.
Ma qual è la storia vera del bergamotto reggino? Com’è arrivata a Reggio questa meravigliosa invenzione della Natura?
Della presenza di piante di bergamotto sulla nostra costa non parla, alla metà del ‘500, Leandro Alberti, pur informatissimo sulle condizioni colturali della regione. Non c’è traccia dell’essenza neppure nei pur minuziosi e particolareggiati inventari cinque-sei-settecenteschi delle ‘aromatarie’ reggine. Indicativa è la mancanza di qualsiasi indicazione di bergamotti, nelle migliaia di atti notarili – autentica cartina di tornasole delle realtà agricole del territorio – stilati a Reggio dalla fine del 1500 a tutto il 1700.
Per Spanò Bolani, sarebbe stato un tal canonico Carlo Menza a portare a Reggio un innesto di bergamotto, nel 1726; si racconta di un Valentino, che comprò un alberello e lo piantò in un suo giardino. Siamo però a livello di mere rarità botaniche.
Quanto ai notai, solo a partire dalla seconda metà del XVIII secolo la pianta del bergamotto è citata nei loro protocolli.
Il primo documento ufficiale di cui io abbia conoscenza, e in cui si accenni, sia pure larvatamente, a piante di bergamotto in qualche zona di Reggio, è del 1743.
Il 17 gennaio di quell’anno, l’agrimensore Silvestro Cama e il ‘pratico di stime’ Francesco Tigano, nello stimare un fondo di don Vincenzo Gatto, venduto al Sacro Monte di Pietà di Reggio, dichiarano che esso è coltivato a ‘gelsi, alberi da frutto’, che ci stanno un ‘pergoleto’ e, con una frase di incerta interpretazione, ‘gelsarelli a piedi con inserti di bergamotto’.
Nel 1745, nel giardino di Giuseppe Felice Trimarchi, sito a Santa Caterina del Trivio, è segnalata la presenza di ‘un piede di bergamotto’ che, insieme ad un albero di ‘celso bianco con due carichi di fronda’, è stimato valere appena due ducati.
Nell’onciario generale – il catasto dell’epoca –, stilato nel 1749, non c’è nessuna rilevazione di terreni coltivati a bergamotto; eppure si tratta di uno strumento fiscale, che quantifica dettagliatamente i patrimoni di tutte le famiglie della città.

Nel 1750, Nicolò Parisio del Cardinale, patrizio cosentino accasato a Reggio con la nobile Anna Diano, dichiara, davanti al notaio Giovan Battista Casili, di aver introdotto migliorie nelle sue proprietà, e parla di piante di gelso, di bergamotto, ‘ed altri alberi fruttiferi’, messe a dimora nel terreno attorno al suo ‘casino delle delizie’ – testuale –, nella contrada ‘Li Giunchi’, che sta al centro del litorale cittadino. Migliorie che il Parisio si fa certificare nel 1755 dal Comune.
Ancora nel 1758, in un terreno in contrada ‘Monteserrato’, zona sud della città, al di là del Calopinace, sono segnalati, sempre genericamente, dei bergamotti, insieme a gelsi, ficare, peri ‘ed altri alberi da frutto’. Niente, in ogni modo, che parli di attività estrattiva.
Dopo qualche anno, ecco l’esplosione, sia a livello di produzione che di lavorazione.
Il 21 dicembre 1763, Giovanni Costantino e mastro Ignazio Candiloro, entrambi del ‘villaggio’ Santa Caterina del Trivio, si impegnano a consegnare, a settembre del successivo 1764, a Domenico Iaria, dieci libbre – quasi cinque chili –  di ‘spirito’ di bergamotto di buona qualità, ‘mercantibile e recettibile’; più tardi si parlerà di ‘spirito chiaro e lampante, di buona qualità e tramutato’ .
Questo contratto può costituire l’atto di nascita dell’industria essenziera reggina!
Il 28 dicembre, sempre di quell’anno, viene stipulato un contratto fra Giuseppe Felice Trimarchi – lo stesso che ventotto anni prima possedeva un solo albero di bergamotto – ed il medesimo Domenico Iaria, per la cessione di ‘frutti di bergamotto, arangi di spagna, limoni, limoncelli, e portogalli’. Dal che Iaria può essere considerato l’antesignano degli industriali trasformatori del settore bergamotticolo.
Da questo momento in poi, le segnalazioni di bergamotteti e di attività legate al bergamotto e all’essenza diventano un elemento costante nei protocolli dei nostri notai. Nasce la qualifica di ‘spiritaro’ o ‘cavatore di spirito’; si moltiplicano le testimonianze di una lanciatissima economia basata sulle essenze ricavate non solo dal bergamotto, ma anche dal limone e dall’arancio.
Per i successivi duecento anni, l’oro verde spargerà molta ricchezza dalle nostre parti…
La svolta epocale deve esserci stata a metà del 1700, e più precisamente fra quelle due date del 1750 e del 1763. In quegli anni, qualche viaggiatore-profumiere – sono propenso a pensarlo di nazionalità tedesca – nel visitare Reggio, si accorse che il bergamotto, qui da noi, quanto a qualità di essenza, rendeva come nelle serre del Nord, ma che la sua coltivazione in campo consentiva una produzione infinitamente più abbondante.
La richiesta fu altissima: così forte e tanto redditizia da indurre i Reggini a spiantare i secolari, preziosi gelsi e a sostituirli con i bergamotti.
Alla luce di quanto precede, si può consapevolmente affermare che il bergamotto non è nato a Reggio, ma che Reggio ha salvato il bergamotto e l’industria essenziera mondiale. Senza lo specialissimo habitat suo e della sua costa, l’estrazione dell’essenza, ancorata ai soli bergamotteti chiusi nelle serre, sarebbe ben presto finita, e la Profumeria avrebbe fatto un bel passo indietro.
Tutto definito?
Restano alcuni interrogativi: come avvenne che, dal ‘casino delle delizie’ del 1750, in solo una dozzina di anni, si giunse ad una vera e propria attività industriale e commerciale dell’essenza di bergamotto?
Come ci si accorse che le piante di bergamotto coltivate a Reggio fornivano dell’ottima essenza e quelle di altre regioni no?
Da dove provenne una domanda di essenza così impetuosa da giustificare l’impiego di grandi capitali e di notevoli forze imprenditoriali, per portare a termine una tanto vasta operazione di trasformazione colturale?
Infine: attraverso quali canali commerciali l’essenza di bergamotto di Reggio arrivava, nella seconda metà del 1700, in Germania, e, a partire dall’‘800, anche in Francia?
I nostri documenti tacciono su questi importantissimi momenti della storia economica cittadina. Io sono portato a credere che la risposta sia conservata negli archivi delle due Case profumiere di Colonia, in Obenmarspforten 21 e in Glockengasse 4711; o presso l’HAStK, l’Archivio storico della città di Colonia. Oppure a Parigi, in Rue Saint-Honoré, presso la ‘Roger&Gallet’, erede della ‘Jean Marie Farina’.
Un’idea potrebbe essere quella di incaricare un paio di borsisti, a fare delle ricerche sul posto. Il risultato potrebbe essere eclatante!
Proposta: questo filone di ricerca storico-scientifico-economica potrebbe interessare, per i rispettivi ruoli istituzionali, Enti quale la Facoltà di Agraria dell’Università ‘Mediterranea’ o l’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria?
Come detto, una storia completa e documentata sul bergamotto reggino non c’è.
Bisognerebbe metterci seriamente mano.
Albero ed Essenza lo meritano.     

Francesco Arillotta


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Quadro di Bartolomeo Bimbi con la rappresentazione di due frutti di bergamotto, 1715.


Disegno di Johann Christoph Volkamer, rappresentante tralci e frutti di bergamotto.